COMUNITÀ

EBRAISMO

26 Iyyar 5772 - כו אייר התשעב

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Tas


Talmud

La Bibbia è il Libro per eccellenza, è il volume che raccoglie i capolavori dell’antica letteratura ebraica ed è l’insieme delle leggi del popolo ebraico e, in parte, dell’umanità. Iddio ha ispirato ai profeti la Sua parola e i suoi insegnamenti e i nostri avi ce li hanno tramandati.
La Bibbia, o Scrittura, (Mikrà) si divide in tre parti principali: il Pentateuco (Torà), i Profeti (Neviìm), gli Agiografi (Ketuvìm). La Bibbia si chiama in ebraico Ta.Nà.Kh, che è la parola composta dalle iniziali di queste tre parti.

La Torà
La Torà è formata da 5 libri e per questo essa è anche chiamata Pentateuco. Fu scritta da Mosè su ispirazione divina e contiene le leggi del popolo ebraico, tra cui i Dieci Comandamenti, e la sua storia fino alla morte di Mosè. I 5 libri sono: Genesi (Bereshìth); Esodo (Shemòth); Levitico (Vaikrà); Numeri (Bemidbàr); Deuteronomio (Devarìm).

Genesi
Il primo libro della Torà contiene la storia della creazione del mondo, che è la storia di tutta l’umanità, la storia di Abramo, primo patriarca, da cui discende il popolo ebraico e così via, fino a terminare con la morte di Giuseppe.
Esodo
Il secondo libro narra il soggiorno degli ebrei in Egitto e la loro uscita da questa terra, divenuta per loro terra di schiavitù.
Levitico
Nel Levitico si parla soprattutto del culto affidato ai Sacerdoti appartenenti alla tribù di Levì.
Numeri
Nel quarto libro, dopo aver fatto il censimento degli ebrei, si passa al resoconto di vari importanti episodi avvenuti durante la loro permanenza nel deserto.
Deuteronomio
Il Deuteronomio contiene una serie di importanti discorsi tenuti da Mosè al popolo, tra cui i primi due brani dello Shemà. Termina con la narrazione della morte di Mosè.

Neviìm
La seconda parte della Bibbia, o Neviìm, si divide in:
Profeti Anteriori, di contenuto storico, con i libri di Giosuè, Giudici, Samuele, i Re;
Profeti Posteriori, che comprendono le profezie di Isaia, Geremia, Ezechiele, e i Terè Asàr (Osea, Amos, Ovadià, Giona, ecc.).
Ketuvìm
La terza parte, Ketuvìm, contiene: i Salmi di Davide; i Proverbi di Salomone; il libro di Giobbe; le così dette 5 meghillòth (rotoli), che sono: il Cantico dei Cantici, il libro di Ruth, le Lamentazioni di Geremia, l’Ecclesiaste, il libro di Ester; i libri storici aggiunti che comprendono: Daniele, Ezrà, Nehemià e le Cronache.

Il Talmùd
Alla Torà è accompagnata la Mishnà (ripetizione), che raccoglie gli insegnamenti della Torà orale. La Mishnà è seguita dalla Ghemarà che contiene i commenti alla Mishnà eseguiti dai nostri saggi. Mishnà e Ghemarà furono poi riunite in un’unica opera, il Talmùd (studio). In tutti i loro pellegrinaggi gli ebrei hanno sempre portato con sé il Talmùd, accanto alla Torà, come la cosa più sacra. Il Talmùd risolve i problemi più vari e diversi di vita religiosa, sociale, familiare ed individuale. Nelle lunghe epoche in cui gli ebrei vissero chiusi nei ghetti, il Talmùd fu per loro un grande nutrimento spirituale.

Ricorda
Il “Cantico dei Cantici” si legge a Pésach.
Il libro di Ruth a Shavu’òth.
Il libro di Estèr a Purìm.
Le Lamentazioni di Geremia il 9 di Av.

Tallit

“Mantello”. Nella pronuncia ebraico_italiano si dice talled. Manto quadrangolare fornito, ai quattro angoli, dei fiocchi prescritti dal Deuteronomio. Si indossa nella preghiera mattutina e in particolari occasioni solenni. È costume dei più osservanti quello di indossare sotto ai vestiti un piccolo quadratino di stoffa anch’esso munito dei fiocchi prescritti, che si chiama talled katan, piccolo talled.

Sukkòth

Sukkòth è la festa delle capanne (sukkà = capanna) e incomincia il 15 di Tishrì. “Il quindicesimo giorno del settimo mese, quando raccoglierete i prodotti della terra, festeggerete la festa del Signore per sette giorni” (Levitico XXIII).

Dei sette giorni i primi due sono di festa solenne (mo’èd - in terra di Israele - Èretz Israèl solo il primo) e gli altri di mezza festa (chol-hamo’èd).
Sukkòth ci ricorda le capanne in cui abitarono i nostri padri, per quaranta anni, nel deserto, dopo essere usciti dall’Egitto. La capanna è il simbolo della precarietà della vita ma, soprattutto, della protezione del Signore sui figli di Israele. Infatti, pur così fragile e col suo tetto di fronde, attraverso le quali si vedono le stelle, ha sempre protetto gli ebrei da ogni pericolo. Sukkòth è la festa per eccellenza: tre volte troviamo scritto nella Torà (nel Pentateuco) “…e ti rallegrerai” “…e allora sarai lieto” “…e vi rallegrerete davanti al Signore”. È chiamata, per questo, anche zemàn simchaténu (festa della nostra gioia), perché è la festa della benedizione del lavoro, della fatica umana e della fede nel Signore. Si festeggia infatti con la gioia di chi è giunto felicemente alla fine della stagione agricola. Infatti, dopo un anno di lavoro e di lotta contro gli elementi della natura, il contadino ha ora i granai, i magazzini, le cantine pieni del suo raccolto.

Sukkòth si chiama per questo anche Chag Heasìf (festa del raccolto).
Con Pésach e Shavu’òth, Sukkòth è una (l’ultima), delle feste chiamate Shalosh Regalìm (tre pellegrinaggi), perché anticamente si andava al Santuario di Gerusalemme.
La prescrizione più importante, in questa festa, è di “sedersi” nella sukkà almeno per i pasti, se non ci si può dormire.
La Torà prescrive anche la cerimonia del lulàv (vedi).

L’ultimo giorno di Sukkòth si chiama Hoshaanà Rabbà (grande invocazione di aiuto), che rappresenta la chiusura definitiva di tutto il periodo di pentimento, iniziato con Rosh Hashanà. Si usa fare sette giri intorno all’altare (la tevà) e battere e sfogliare i rami di salice, per simboleggiare come il perdono, accordatoci dal Signore, annulli tutte le nostre colpe.
Si dice che Sukkòth sia l’unica festa piena di allegria, per ricchi e poveri, festa della fede e della fiducia in Dio. Infatti a Pésach non si gioisce completamente pensando alla morte degli Egizi nel Mar Rosso; a Shavu’òth si ricorda la costruzione del vitello d’oro.

Noterelle Liturgiche
Si legge tra l’altro il libro Kohèleth (Ecclesiaste) che parla della vanità di tutte le cose e della precarietà della vita (la sukkà è il simbolo della precarietà).
La sera di Sukkòth si accendono le candele, si recita la benedizione del vino (il kiddùsh) e si canta il “benvenuto” ai sette ospiti della festa: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Aronne e David re. Si intinge una fetta di pane nel miele.

Sheminì Atzéreth e Simchàth Torà
Terminato Sukkòth arriva un altro giorno di festa solenne; fuori di Israele, i giorni di festa solenne sono due: Sheminì Atzéreth e Simchàth Torà.
Simchàth Torà (gioia della Torà) segna nel contempo la fine del ciclo annuale della lettura della Bibbia e l’inizio del nuovo ciclo: si legge l’ultimo brano (parashà) del Pentateuco e la prima parte del primo capitolo della Genesi, che sarà letto, al completo, il sabato seguente.
La persona che legge la fine della Torà si chiama chatàn Torà (sposo della Torà) e quella che legge il principio, chatàn Bereshìth (sposo del principio della Torà).
La lettura della Torà non può finire mai. Alla sera, i Rotoli della Torà sono portati in giro (hakafòt) per il Tempio, tra balli e canti. Uno dei canti descrive una scena nel Cielo, con gli Angeli, sorpresi di vedere un uomo fra loro: Mosè che riceveva la Torà.

Siddur


Shofàr

Lo shofàr è un corno di montone usato come buccina. I suoni prodotti dallo shofàr si chiamano: teki’à, shevarìm, teru’à. Essi sono emessi diverse volte, in note ora brevi, ora lunghe.

Una tradizione spiega che queste note, differenti tra loro, sono emesse in onore dei tre Patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe. Se il primo giorno di Rosh Hashanà cade di Sabato, non si suona lo shofàr. Il suono dello shofàr (fatto come un corno di ariete) ha lo scopo di suscitare una rinascita spirituale in ciascuno di noi, e la selichà da parte del Signore. Così Maimonide commenta il suo suono: “Destatevi, o voi che dormite, e pensate a quello che avete fatto, ricordatevi del vostro Creatore e tornate a Lui in penitenza. Abbandonate le vie del male e tornate al Signore in modo che Egli possa avere pietà di voi”. Lo shofàr viene infatti utilizzato nelle grandi sollenità, in particolare in quelle penitenziali di inizio anno.

Yom Haatzmaùth

Il 5 Iyàr 5708, 14 maggio 1948, Davìd Ben Guriòn proclamava solennemente l’indipendenza dello Stato Ebraico, coronando il sogno e l’opera di Teodoro Herzl.

” Padre nostro che sei nel cielo, rocca di Israele, benedici lo Stato di Israele che rappresenta il risorgimento della nostra libertà” Dopo tanti anni di esilio, dopo secoli di persecuzioni, di lotte e di sacrifici, il sogno di Israele si avverava: aveva di nuovo la sua terra, la terra promessa da Dio ai suoi padri.
Il seme del movimento sionista è gettato quando gli ebrei partono da Gerusalemme per la Babilonia nel 586 a. E.V. Da allora i loro pensieri e le loro preghiere terminano con le parole: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”. E sono proprio le continue persecuzioni e lo stato di avvilimento in cui vivono gli ebrei, a destare in molti grandi uomini il pensiero della necessità di ridare una patria al popolo ebraico.

Già molti ebrei nell’800 si dirigono dalla Russia e dalla Romania in Palestina. Vi si reca anche Elièzer Ben Yehùda che insiste sulla convinzione che l’ebraico deve essere la lingua parlata dagli ebrei e rinnova così il vocabolario di questa lingua.
Il fondatore del Sionismo Mondiale è Teodoro Herzl che nel 1897 convoca il primo congresso a Basilea, annunciando che la mira del Sionismo è di dare agli ebrei una patria. Dopo la I Guerra Mondiale e vari accordi col governo inglese, nel 1917 si arriva alla famosa “Dichiarazione Balfour” con cui l’Inghilterra si dichiara favorevole alla nascita di un nuovo Stato ebraico nell’allora Palestina. Aumenta così l’’alià in Èretz Israèl, sorgono belle città tra cui Tel Avìv, le paludi vengono bonificate, i campi coltivati. Viene creata l’Haganà, organo di difesa e nucleo del futuro esercito israeliano.
I nostri pionieri, provenienti da tutte le parti d’Europa, creano nuove colonie che difendono valorosamente, anche a costo della vita. Lo stesso fondatore dell’Haganà, Yosèf Trumpeldor, cade nel difendere la colonia di Tel Chài, assalita dagli arabi. Dopo la II Guerra Mondiale migliaia di superstiti dei campi di sterminio vedono, come unico posto di salvezza, la lontana terra di Israele. L’Organizzazione Sionistica chiede che venga riconosciuto definitivamente lo Stato di Israele. Gli immigranti continuano a recarsi in Israele nonostante i molti ostacoli, decisi a tutto pur di riavere la patria.

Gli arabi attaccano da ogni parte con grandi forze, ma gli ebrei sono decisi a tutto; e la vittoria, con l’aiuto di Dio, non li abbandona. Dopo 20 secoli, il 14 maggio 1948, 5 Iyàr 5708 risorge lo Stato di Israele.
Ovunque questo giorno è festeggiato con gioia e canti da tutti gli ebrei. Il giorno 4 Iyàr è considerato Yom hazikkaròn (giorno del ricordo), e si commemorano i nostri fratelli, morti eroicamente nella difesa del nuovo Stato di Israele. Dobbiamo sempre ricordare che più di 6 milioni di ebrei sono morti nei campi di sterminio nazisti, dopo essere stati deportati da tutti i paesi europei, invasi dalle truppe di Hitler. Anche dall’Italia, governata da Mussolini, alleato della Germania, sono stati deportati molti dei nostri fratelli che hanno perso la vita nei campi di sterminio.
Shalòm ‘al Israèl
In questo giorno rivolgiamo al Signore questa preghiera:
“Padre nostro Che sei nel cielo, Rocca di Israele e suo Redentore, benedici lo Stato di Israele che rappresenta il risorgimento della nostra libertà. Stabilisci la pace nel paese e grande felicità per i suoi abitanti”.

Shadday


Sefer Torah

“Libro della legge”. Si denomina così il rotolo, manoscritto con inchiostro speciale e da speciali amanuensi, dei primi cinque libri della Bibbia o Pentateuco. Viene conservato nell’Aron ha-Kodesh, avvolto nei meil, il manto, adorno dell’atarah, la corona a simboleggiare la regalità della legge divina e i rimmonim, i puntali che ornano i rotoli della Torah. Viene adoperato nella lettura pubblica dei sabati e delle feste.

Seder

In nessun periodo dell’anno la nostra casa è tanto gioiosa come nella sera del Séder e ognuno di noi ricorda, con nostalgia, anche i Sedarìm cui ha partecipato quando era piccolo, circondato dai familiari. Il Séder contiene tutto: cerimonia, canzoni, storia, momenti seri e momenti di gioia, di lode al Signore. Ognuno di noi, nel prendere parte al Séder, rivive di persona l’antica storia della liberazione degli ebrei, dalla schiavitù d’Egitto. Questa cerimonia unisce famiglie ed amici ed in essa, anche durante le persecuzioni, ogni ebreo si sentì libero. Gli ebrei di Pisa si riuniscono alla vigilia della festa per celebrare il Sèder tutti insieme nella Comunità.

Prima della cerimonia si prepara il piatto del Séder. In esso si pongono:

1. Tre matzòth sovrapposte
2. Una zampa d’agnello arrostita (secondo il rito italiano)
3. Un uovo sodo
4. Erbe amare
5. Lattuga
6. Charòseth

Le matzòth sono tre, e per tre ragioni. Esse rappresentano infatti l’unità del popolo di Israele: Kohèn, Levì, Israèl. Inoltre quella di mezzo viene divisa in due parti (una delle quali rappresenta l’ Afikòmen, simbolo del sacrificio Pasquale).

Le due matzòth intere (come due sono le chalòth, cioè le focacce del sabato, in ricordo della duplice razione di manna raccolta nel deserto). Ricordano anche le tre misure di farina che Abramo ha consigliato a Sara per preparare le matzòth.

La zampa: ricorda il sacrificio pasquale.

L’uovo sodo: è il simbolo dell’eternità della vita, per la sua forma, e di lutto, per la distruzione del Tempio. (Nota: Il giorno di Tish’à Beàv e il I giorno di Pésach cadono sempre nello stesso giorno della settimana. Si dice: “Come l’uovo, nel cuocere, diventa sempre più duro, così Israele diventa più saldo nella sua lealtà verso il Signore, dopo ogni persecuzione”).

Erbe amare e lattuga: ci ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto.

Charòseth: Charòseth ci ricorda la malta con cui i nostri padri preparavano i mattoni per le costruzioni del faraone. Si mangia insieme all’erba amara per addolcirla un po’ e per ricordarci che, dopo tante sofferenze, viene la gioia.

La cerimonia inizia col kiddùsh che esprime al Signore – tra l’altro - il ringraziamento per le festività e la gioia che ci procurano. Durante il Sèder si berranno quattro bicchieri di vino. Si passa a lavarsi le mani e quindi alla cerimonia del karpàs (sedano) intinto nell’aceto, amaro come le lacrime versate durante la schiavitù. Il Midràsh dice che la parola karpàs, letta al contrario, (= 60 duro lavoro) simboleggia i 600 mila adulti, usciti dall’Egitto. Il sedano, così umile, nato dalla terra, diventa un elemento importante, al Séder. Questo è una lezione per ognuno di noi: il Signore, con la Sua misericordia, può innalzare chiunque, dalla profondità alla redenzione.
“Ognuno deve sentirsi come se lui stesso fosse uscito dall’Egitto”. Riempito il secondo bicchiere di vino, comincia la narrazione, introdotta dalle domande che tradizionalmente il bambino più piccolo presente a cena rivolge agli adulti: le domande riguardano la differenza tra questa sera e le altre sere.

Perché questa sera intingiamo la verdura due volte e non una volta sola, come le altre sere? Una in ricordo della tonaca di Giuseppe intinta nel sangue prima di essere portata a Giacobbe, la seconda in ricordo di avere intinto nel sangue per segnare le porte delle case ebraiche.
Perché questa sera si mangia solo matzà mentre le altre sere si mangiano indifferentemente sostanze lievitate e non lievitate? Perché così è prescritto dalla Torà, che prescrive pure di mangiare l’agnello. Sono infatti queste le tre parole: Pésach, matzà, maròr (erba amara), che dobbiamo tutti pronunciare durante il Séder.
Perché mangiamo solo erba amara mentre le altre sere mangiamo tutti i tipi di vegetali? In ricordo delle sofferenze passate in schiavitù.
Perché mangiamo appoggiati sul gomito mentre le altre sere mangiamo indifferentemente seduti o adagiati sul gomito? In segno della riacquistata libertà, dopo tanti anni di schiavitù. E questo è rivolto soprattutto ai miseri che, dopo tante sofferenze, devono stare appoggiati con serenità e sicurezza, perché Dio veglia su di loro e la loro situazione potrà presto cambiare, come è cambiata quella dei nostri padri.

A partire dalle domande e dalle relative risposte si dipana tutto il racconto dell’uscita dall’Egitto, dall’afflizione inflitta ai nostri padri, ridotti in schiavitù, al passaggio del mar Rosso.”Schiavi noi fummo” il padre racconta ai figli la storia del popolo di Israele. “Se il Signore non ci avesse fatto uscire dall’Egitto, noi non saremmo qui, oggi”. Quattro sono i tipi dei figli: in realtà essi rappresentano la diversità di tipi, di tutti noi
Dopo la II guerra mondiale è stato aggiunto al racconto pasquale uno struggente brano in memoria delle vittime dell’Olocausto.

I quattro bicchieri di vino che si bevono durante il Séder, dice il Talmùd, sono il simbolo delle quattro promesse di riscatto date dal Signore a Mosè: vehotzetì, vi sottrarrò dalle tribolazioni dell’Egitto; vehitzaltì, vi salverò dal loro servaggio; vegaaltì, vi libererò con braccio disteso; velakachtì, vi prenderò quale popolo, a Me. Una quinta promessa è aggiunta: vehevetì, vi condurrò alla terra che ho promesso ad Abramo, Isacco, Giacobbe. Il patto fatto da Dio coi nostri Patriarchi, è eterno quindi diciamo vehì sheamdà: “È questo il patto che è stato segnato per i nostri padri e per noi; molti si sono levati in tutti i secoli per distruggerci, ma il Santo Benedetto egli sia ci libera dalla loro mano”. Il Midràsh dice: “Israele è come l’erba del campo. Come l’erba più è tagliata, più cresce, così Israele più è oppresso più si moltiplica”. “La causa dell’esilio in Egitto dipese anche dall’inganno di Labano verso Giacobbe. Se questi avesse sposato per prima Rachele, Giuseppe, come primogenito, non sarebbe stato tanto odiato dai fratelli”.

Al termine della cena, ultimata la recitazione delle preghiere, si usa concludere intonando una serie di canti, tra i quali Chàd Gadià (Un capretto), reso celebre dalla interpretazione di Angelo Branduardi “Alla fiera dell’est”, ove al capretto protagonista del canto ebraico è stato sostituito un più domestico topolino. Il canto è interpretato così: il capretto è Israele, acquistato da Dio (il padre) con due soldi (le due Tavole della Legge):
L’Assiria (il gatto) conquistò Israele, la Babilonia (il cane) vinse l’Assiria, la Persia (il bastone) abbattè la Babilonia, la Grecia (il fuoco) conquistò la Persia; Roma (l’acqua) conquistò la Grecia, l’Islam (il bue) abbatté l’Impero romano; le crociate (il macellaio) successero all’Islam; le nazioni europee (angelo delle morte) successero alle crociate, ma alla fine Iddio redimerà il Suo popolo punendo tutte le nazioni malvagie.
Molto suggestivo è il “Cantico del Mare”, canto epico in onore al Signore, che ha salvato Israele. Narra un midràsh che il Mar Rosso sapeva che, quaranta anni più tardi, il Giordano avrebbe ritirato le sue acque per lasciare passare Giosuè che conduceva gli ebrei alla Terra Promessa. Allora il mare pensò: “Se il Giordano fermerà il suo corso per lasciare passare Giosuè, discepolo di Mosè, sicuramente io mi devo ritirare, per Mosè stesso!” Un altro midràsh narra che il mare si divise in dodici rami, perché ogni tribù avesse la sua via.
“Per tre ragioni gli ebrei meritarono di uscire dall’Egitto: non cambiarono i loro nomi ebraici, non cambiarono la loro lingua; vissero con moralità durante tutti gli anni della schiavitù, nonostante le sofferenze e la difficoltà della vita.”
“Se i nostri Padri non fossero usciti dall’Egitto, oggi noi non saremmo qui e non esisterebbe il popolo di Israele.”
Gli ebrei hanno attraversato il Mar Rosso il settimo giorno di Pésach.
La lunga serata di preghiere e canti si chiude con l’augurio “L’anno prossimo a Gerusalemme!”.