COMUNITÀ

EBRAISMO

14 Shevat 5772 - יד שבט התשעב

Archivio per la categoria: Glossario

MILLECENTOCINQUANTANNI

Lettera della Presidenza della Repubblica

QUI PISA – UN LIBRO PER RACCONTARSI E DIALOGARE

di Adam Smulevich (“L’Unione informa” del 24/05/2010)

Il Museo Nazionale di Palazzo Reale [di Pisa], splendido edificio che si affaccia sui Lungarni densi di vita (almeno nei giorni di mercato) della città della Torre pendente, diventa nel primo weekend di caldo estivo il luogo del rilancio mediatico di una comunità piccola nei numeri ma grande nella storia. Gli ebrei di Pisa, la cui presenza dalle parti di piazza dei Miracoli prosegue senza interruzioni da circa 1150 anni (anche questo è in fondo un miracolo), decidono di comunicare e dialogare con la società esterna attraverso uno strumento informativo e divulgativo ulteriore: un volume ricco di contenuti e dalla veste grafica accattivante. “Millecentocinquanta anni - Un nuovo ritratto di famiglia: ebrei ed Ebraismo nelle provincie di Pisa e Lucca (859-2009)” va approcciato, spiegano i due autori Paolo Orsucci e Chiara Giannotti, “come un testo autobiografico”. Nelle quasi 300 pagine di cui il libro si compone la Comunità ebraica pisana decide di aprire le porte del suo fornito archivio storico e di raccontare le vicende che l’hanno finora interessata, partendo dal lontanissimo 859 con l’arrivo a San Miniato del proprietario di beni immobili Donato (i documenti dell’epoca lo definiscono “ex genere ebreorum”) per arrivare alle difficoltà del presente, con crisi demografica e problemi strutturali che rappresentano le due principali sfide da vincere per un futuro meno incerto.

Si legge tutto di un fiato”, spiega Gabriela Todros in rappresentanza della Soprintendenza Archivistica per la Toscana. Merito degli autori, “molto bravi a trattare un argomento serio con leggerezza e coinvolgimento emotivo”.

Stile narrativo incalzante, immagini d’archivio, stralci di giornale, approfondimenti su aspetti e curiosità ai più sconosciuti e massime tratte dal Pirkè Avot: il libro è un complesso e riuscito mosaico di molteplici elementi. “Ed è anche il frutto di un lavoro in parte collettivo”, ricordano Orsucci e Giannotti. Molti gli ebrei pisani (e non) che hanno dato il proprio contributo nella stesura del testo, finanziato dall’Unione Comunità Ebraiche Italiane e patrocinato sia dal Comune che dalla Provincia di Pisa. Sfogliandone le pagine si scoprono aneddoti che rivelano il peso notevole avuto da questa minoranza nelle dinamiche politiche e culturali di quella che è stata una delle più importanti potenze marinare al mondo. Gli autori riescono inoltre a ribaltare la prospettiva che vede, in molti lettori, il popolo ebraico solo come vittima di persecuzioni e non come soggetto attivo nella società di cui è parte. Invece, per la più antica Comunità della Diaspora (in Italia da oltre 2000 anni) c’è tanto da dire e da raccontare: il libro di Orsucci e Giannotti e tante altre iniziative intraprese negli ultimi tempi lo dimostrano.

Non è pertanto un caso che tra i vari ospiti di questo intenso pomeriggio di studi organizzato grazie alla collaborazione di alcuni enti pubblici e del DEC (Dipartimento Educazione e Cultura) UCEI e in cui sono stati affrontati temi che spaziavano dalla bioetica (con l’intervento tra gli altri di Cesare Efrati, medico dell’Ospedale Israelitico di Roma e maskil del Collegio Rabbinico Italiano)  alla comunicazione, sia stato invitato a parlare anche Guido Vitale, direttore del Portale dell’Ebraismo Italiano e del mensile “Pagine Ebraiche”. Due iniziative editoriali (recentemente affiancate dal giornale dei giovani “HaTikwa” e a breve anche da David, pubblicazione dedicata ai più piccoli in rotativa a fine estate) che sono la riprova ulteriore della ricchezza di voci e contenuti che la collettività ebraica è in grado di proporre ad un pubblico vasto, curioso e attento agli stimoli.

Ebrei a Pisa - 1150 anni di storia

di Raffaele Zortea (“Pisainforma” del 24/05/2010)

Una fotografia della comunità ebraica con la doppia intervista a Carla Wachsberger e Carlotta Ferrara Degli Uberti È appena stato pubblicato da Pacini il libro “1150 anni” di Paolo Orsucci e Chiara Giannotti. Uno studio che ci racconta della storia dell’ebraismo nella nostra città e del contributo alla vita pisana.

Ebrei a Pisa, la situazione

Gli ebrei a Pisa sono 250-300, di cui iscritti alla comunità sono circa 100. Sembrano piccoli numeri, ma sono in linea con quelli italiani: su 60 milioni di abitanti, sono 30.000 gli ebrei nella penisola. In città sono una presenza storica: il primo documento scritto che ne attesta l’esistenza risale al 859 d.C.

La storia

Quella di Pisa è una comunità che ha potuto svilupparsi quando la città era un’importante Repubblica Marinara, fungendo da ponte tra Occidente e Medio Oriente. Una presenza che è cresciuta con i secoli e che è stata caratterizzata da una grossa immigrazione sefardita da Spagna e Portogallo, durante l’inquisizione seicentesca. A fine ‘800 la comunità contava 700 iscritti, tra cui molti personaggi attivi nella vita civile e politica.

Addirittura Pisa annovera un Sindaco ebreo: Alessandro D’Ancona, primo cittadino dal 1906 al 1907 e Senatore del Regno. Inoltre dal 1898 al 1920 il rettore dell’Università, David Supino, era ebreo.Recentemente ricordiamo i fratelli Pontecorvo. Bruno, fisico di fama mondiale e Gillo, regista ed attore, cui è stata da pochi giorni intitolata una terrazza a Marina di Pisa. E due noti artisti: il musicista Piero Nissim e il pittore Daniel Schinasi, fondatore del Neofuturismo.

L’intervista

Per capire cos’è la comunità oggi, PisaInforma ha fatto una doppia intervista a Carla Wachsberger, vicepresidente della comunità ebraica di Pisa, e a Carlotta Ferrara degli Uberti, ricercatrice in storia contemporanea, che della comunità è un giovane membro.

Carla Wachsberger è nata a Milano e si è trasferita a Pisa 12 anni fa per motivi di lavoro, dopo essere vissuta anche a Venezia. Signora C.W. , dalla sua esperienza, ci può far capire qual è la particolarità della comunità pisana?

C.W. Parlo soprattutto rispetto a Milano, città dove sono nata. Sebbene la comunità meneghina comprenda 7000 persone, la maggior parte di queste sono arrivate in periodi recenti. A Pisa invece la comunità è più piccola, ma molto radicata nella storia della città e anche molto vivace, rispetto ai numeri. Pisa è poi una città che nella storia ha sempre dimostrato, come anche tutta la Toscana, un’apertura maggiore nei confronti degli ebrei. Non per niente nel  ‘600 ebrei spagnoli e portoghesi si trasferirono qui. Ed oggi è il rapporto con le istituzioni, soprattutto, ad essere aperto e proficuo. Anche se ogni tanto si verifica, purtroppo, qualche episodio di antisemitismo, soprattutto legato a certi estremismi di sinistra.

Per esempio?

C.W. A gennaio del 2009, in seguito ad eventi nel Medio Oriente, la sinagoga di via Palestro è stata imbrattata di una vernice rossa. Un episodio molto doloroso, ma non lo giudicherei “razzismo”, perché legato ad eventi politici. Una goccia nel mare, comunque, in una città che ha sempre dimostrato la sua apertura ed è sempre stata terreno di incontro proficuo tra culture.

Carlotta Ferrara degli Uberti studia storia contemporanea dell’ebraismo nell’Italia liberale, materia per cui fino a qualche mese fa ha avuto un assegno di ricerca.

Anche tu non sei di origine pisana, ma sei nata a Roma. Pisa è una città particolare perché sono pochi i cosiddetti pisani doc, molti abitanti sono ex-studenti che hanno deciso di fermarsi qui a lavorare. Ci sono anche molti studenti ebrei che seguono questo “iter” e che movimentano la vita della comunità?

C.F.d.U. Sì, devo dire che una delle prime cose che uno studente fa quando arriva a Pisa è cercare la comunità. Ci sono alcuni studenti che arrivano a Pisa anche da Israele, soprattutto per studiare nelle facoltà di Medicina e di Veterinaria.

Come va la comunità oggi, e quali sono i problemi da affrontare?

C.F.d.U. La comunità oggi è perfettamente integrata con la città, anche dal punto di vista lavorativo rispecchiamo quelle che sono le tendenze della società. Per esempio come molti della mia generazione, io sono ricercatrice precaria. Altri lavorano nell’università, poi nell’ospedale e alcuni sono commercianti.

C.F.d.U. Per quanto riguarda la comunità intesa come momento di ritrovo religioso, come succede anche per le altre religioni, il problema è che sono molti i giovani che tendono a staccarsi. Anche se poi nelle grandi feste ebraiche ci ritroviamo sempre tutti. Una cosa che manca è la possibilità per i bambini di origini ebraiche di interessarsi e avvicinarsi alla religione in una maniera più ludica e leggera.

Torniamo da Carla Wachsberger. La comunità ebraica non è chiusa e cerca sempre il confronto e far capire che rappresenta una parte della storia della città di Pisa. Quali sono gli eventi che organizzate per far conoscere le vostre attività?

C.W. Innanzitutto il Giorno della Memoria. Istituito con legge nazionale il 27 gennaio, data in cui nel 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz. È una giornata per non dimenticare. Poi la Giornata Europea della cultura ebraica: la prima domenica di settembre la comunità si apre per far scoprire e riscoprire il mondo dell’ebraismo. Inoltre qui a Pisa accogliamo spesso le scolaresche che vogliono conoscere meglio le nostre attività. Infine l’evento più particolare per Pisa: il Festival Nessiah. Un viaggio musicale e artistico nell’immaginario culturale ebraico. Tra fine novembre e dicembre di ogni anno.

L’ultima domanda a Carlotta Ferrara degli Uberti, che rappresenta il futuro della comunità. Quali sono i suoi progetti legati all’ebraismo a Pisa?

C.F.d.U. Mi capita spesso di andare nelle scuole a parlare di Shoah per il Giorno della Memoria. Mi piacerebbe invece insegnare che la comunità ebraica non è solo Shoah, ma l’ebraismo è vita. Sono gli stessi ragazzi che mi chiedono “cosa sono venuti a fare gli ebrei in Italia?”. Ma la presenza ebraica è qualcosa di strettamente legato e indissolubile dalla storia italiana. Le comunità ebraiche partecipano attivamente alla vita della penisola da secoli.

Tu Bishvàt

Rosh Hashanà lailanòt o Capodanno degli alberi cade il 15 di Shevàt e per questo la festa è chiamata anche Tu Bishvàt. Nell’antico Stato ebraico questo giorno era festeggiato perché segnava il confine tra due anni agricoli, in relazione anche alla decima per i Cohanìm. In questo periodo, in Israele, gli alberi iniziano la fioritura e il primo a destarsi è il mandorlo, con i suoi fiori candidi.

Dal XVI secolo si è preso l’uso di festeggiare questo giorno facendo un séder, mangiando anche la frutta delle sette specie di cui era rinomata Israele: (grano, orzo, olive, datteri, uva, fichi, melagrana ecc.).

Durante il séder (ordine) si leggono brani della Torà, di Ezechiele e dei Salmi, si mangiano cibi secondo un ordine particolare e si bevono quattro bicchieri di vino: il primo bianco; il secondo bianco, con gocce di rosso; il terzo metà bianco e metà rosso; il quarto tutto rosso. Il vino bianco e il vino rosso simboleggiano l’inverno e la primavera e quindi l’avvento della primavera sull’inverno. Simboleggiano anche il peccato e la teshuvà (ritorno, pentimento) e quindi il prevalere della tendenza verso il bene e la vita sul male.
Per prima cosa si recita la preghiera per gli alberi, perché il Signore li faccia crescere e germogliare e produrre frutti in quantità, che procurano salute al nostro corpo e luce per lo spirito.
Poi si mangiano i vari frutti e si beve il vino.

Lag Ba’òmer

Vuol dire 33° giorno dell’ ’òmer. Il periodo che intercorre tra la seconda sera di  Pésach e il 5 di Sivàn, vigilia di  Shavu’òth, si chiama ’òmer. Leggiamo infatti nella Torà (Levitico XXII, 11) che ogni sera di questo periodo veniva offerta al Tempio, come primizia, una “misura” (’òmer) di orzo. Proprio contando l’’òmer, (sefiràth ha’òmer) si arrivava a Shavu’òth la cui data, infatti, non è accennata nella Torà.
Anticamente questo era un periodo di gioia per il raccolto ma, purtroppo, col passare del tempo, la letizia si trasformò in lutto. Durante la dominazione dell’imperatore romano Adriano, scoppiò un’eroica insurrezione degli ebrei capeggiata dal valoroso Shim’òn Bar Kokhvà (figlio della stella). Gli ebrei inizialmente riuscirono perfino a liberare Gerusalemme, ma alla fine, i romani ebbero il sopravvento e grandi furono le perdite degli insorti. Fra i martiri ricordiamo Rabbì Akivà che, ucciso barbaramente, spirò recitando lo Shemà, una delle preghiere fondamentali dell’ebraismo (Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno). I giorni dell’ ’òmer sono giorni di lutto in ricordo della morte dei 24.000 allievi di Rabbì Akivà. Il 33° giorno si interrompe il lutto (18 Jyàr) perché in esso era cessata l’epidemia, che aveva mietuto molte vittime. In Èretz Israel si fanno gite, fuochi all’aperto.
La tradizione narra che Rabbì Shim’òn Bar Yochài aveva rifiutato di ubbidire al decreto dei romani contro lo studio della Torà e continuava ad insegnarla ai suoi discepoli. Alla fine, ricercato dai romani, riuscì a rifugiarsi in una grotta, nei monti della Galilea. Là visse per 13 anni con suo figlio, cibandosi dei frutti di un carrubo e bevendo ad una fonte.

Bar Yochài morì il giorno di Lag Ba’òmer.

Si dice che altri due eventi siano successi in questo giorno. La manna cadde proprio a Lag Ba’òmer, il 18 di Iyàr. Il secondo evento fu l’inizio della caduta di Hamàn, che, proprio a Lag Ba’òmer, condusse Mordekhài attraverso le strade di Shushàn, per rendergli onore.
Da alcuni anni questo periodo di lutto è rallegrato da una festa importantissima per Israele: Yom Haatzmaùth.
Come Tu Bishvàt, è una delle feste che prendono il nome anche dalla data in cui cadono.

Shavu’òth

“Conterete cinquanta giorni fino all’indomani della settima settimana ed allora presenterete al Signore un’offerta farinacea nuova (di frumento nuovo)”. “È la festa della raccolta, alla fine dell’anno, quando avrai raccolto dai campi i frutti del tuo lavoro” (Esodo XXIII, 16).

Il 6 di Sivàn (questa data non è scritta nella Torà) cade la festa di Shavu’òth (festa delle settimane), secondo dei shalòsh regalìm. Commemora la rivelazione del Signore sul Monte Sinài, per cui si chiama anche zemàn mattàn toraténu (tempo in cui ci fu data la Torà). In questo giorno Israele ha trovato, nella Legge, la sua vera libertà.
La festa dura due giorni di festa solenne (uno in Israele) e ci si arriva con un cammino di 7 volte 7 giorni, da Pésach; molti usano passare la prima notte leggendo testi biblici e le hazaròth (esposizione dei 613 precetti, 248 positivi e 365 negativi, della Torà; 248 come le membra del nostro corpo e 365 come i giorni dell’anno).
A Shavu’òth si mangiano latticini, perché la tradizione dice che lo studio della Torà ha il sapore del latte e del miele. Si dice anche che, come il bebè ha bisogno del latte per nutrirsi, così il popolo di Israele, che è “appena nato”. Nella Torà, inoltre, subito dopo la prescrizione della festa di Shavu’òth, viene quest’altra: “Non cucinerai l’agnello nel latte di sua madre”. Così gli ebrei si cibavano di latte, per non trasgredire alla legge.

Noterelle Liturgiche
A Shavu’òth si legge la meghillà di Ruth: è la bellissima storia di una donna della tribù di Moab che sposa un ebreo. Rimasta vedova, decide di condividere il destino della suocera, Noemi, anch’ella vedova e cui sono morti entrambi i figli. Noemi torna a Betlemme, di cui è originaria, e Ruth la segue, sposando poi un parente della suocera – Booz - ed entrando a far parte del popolo ebraico. Da Ruth e da Booz discenderà il re Davide.
La storia di Ruth è paradigmatica di rapporti interetnici ed interreligiosi basati sull’amicizia e sull’integrazione: proprio da Ruth – che provenendo da un altro popolo decide dopo la morte del marito ed in assoluta autonomia di far parte del popolo ebraico – discenderà la dinastia sotto la quale Israele raggiungerà il massimo splendore. E da Ruth discenderà quindi anche il Messia, che, secondo la profezia di Isaia, apparterrà alla discendenza di Davide.

Mesi del Calendario Ebraico

mese
periodo
ricorrenze
Tishrì
sett-ott
il “mese dei
giganti”, perché comprende le
maggiori solennità ebraiche (Rosh
Ha-Shanà
,
i dieci giorni penitenziali Yamim Noraim, che
culminano nel digiuno di Kippur) ed altre feste,
quali Sukkot, Sheminì Atzereth e Simchat
Torà.
Cheshvàn
ott-nov
per consolarlo,
essendo privo di feste, viene chiamato Mar
Cheshvàn,
il “signor” Cheshvàn.
Kislèv
nov-dic
comprende
la festa di Chanukkà (dal
25 al 2 o 3 Tevèt).
Tevèth
dic-gen
si ricorda con un digiuno l’assedio
di Gerusalemme da parte dei Babilonesi e le
vittime dell’Olocausto della II Guerra Mondiale.
Shevàt
gen-feb
si festeggia
Rosh Hashanà Lailanòt
(15).
Adàr
feb-mar
si festeggia
Purìm (14),
preceduto dal digiuno di Ester (13); Purìm
Shushàn (15).
Nissàn
mar-apr
digiuno
dei primogeniti (14), il 15 inizia Pésach.
Iyàr
apr-mag
si festeggia
Yom Haatzmaùth (5) e Lag
Ba’òmer
(18).
Sivàn
mag-giu
festa di
Shavu’òth (6).
Tamùz
giu-lug
si ricorda
con un digiuno (17) l’assalto dei Babilonesi
a Gerusalemme (586
a E.V.) e la breccia nelle mura di Gerusalemme
da parte dei Romani (70 E.V.); Mosè rompe
le tavole della Legge, a causa del vitello
d’oro.
Av
lug-ago
si ricorda
(9) con un digiuno la distruzione del I° Tempio (586 a E.V.)
e del II° Tempio (70 E.V.).
Elùl
ago-set
si iniziano
a recitare le Selichòt
(preghiere di perdono).

Yad

Mano, asticciola terminanta con una manina per seguire la lettura del Sefer Torah senza toccarla.

Torah

La Bibbia è il Libro per eccellenza, è il volume che raccoglie i capolavori dell’antica letteratura ebraica ed è l’insieme delle leggi del popolo ebraico e, in parte, dell’umanità. Iddio ha ispirato ai profeti la Sua parola e i suoi insegnamenti e i nostri avi ce li hanno tramandati.
La Bibbia, o Scrittura, (Mikrà) si divide in tre parti principali: il Pentateuco (Torà), i Profeti (Neviìm), gli Agiografi (Ketuvìm). La Bibbia si chiama in ebraico Ta.Nà.Kh, che è la parola composta dalle iniziali di queste tre parti.

La Torà
La Torà è formata da 5 libri e per questo essa è anche chiamata Pentateuco. Fu scritta da Mosè su ispirazione divina e contiene le leggi del popolo ebraico, tra cui i Dieci Comandamenti, e la sua storia fino alla morte di Mosè. I 5 libri sono: Genesi (Bereshìth); Esodo (Shemòth); Levitico (Vaikrà); Numeri (Bemidbàr); Deuteronomio (Devarìm).

Genesi
Il primo libro della Torà contiene la storia della creazione del mondo, che è la storia di tutta l’umanità, la storia di Abramo, primo patriarca, da cui discende il popolo ebraico e così via, fino a terminare con la morte di Giuseppe.
Esodo
Il secondo libro narra il soggiorno degli ebrei in Egitto e la loro uscita da questa terra, divenuta per loro terra di schiavitù.
Levitico
Nel Levitico si parla soprattutto del culto affidato ai Sacerdoti appartenenti alla tribù di Levì.
Numeri
Nel quarto libro, dopo aver fatto il censimento degli ebrei, si passa al resoconto di vari importanti episodi avvenuti durante la loro permanenza nel deserto.
Deuteronomio
Il Deuteronomio contiene una serie di importanti discorsi tenuti da Mosè al popolo, tra cui i primi due brani dello Shemà. Termina con la narrazione della morte di Mosè.

Neviìm
La seconda parte della Bibbia, o Neviìm, si divide in:
Profeti Anteriori, di contenuto storico, con i libri di Giosuè, Giudici, Samuele, i Re;
Profeti Posteriori, che comprendono le profezie di Isaia, Geremia, Ezechiele, e i Terè Asàr (Osea, Amos, Ovadià, Giona, ecc.).
Ketuvìm
La terza parte, Ketuvìm, contiene: i Salmi di Davide; i Proverbi di Salomone; il libro di Giobbe; le così dette 5 meghillòth (rotoli), che sono: il Cantico dei Cantici, il libro di Ruth, le Lamentazioni di Geremia, l’Ecclesiaste, il libro di Ester; i libri storici aggiunti che comprendono: Daniele, Ezrà, Nehemià e le Cronache.

Il Talmùd
Alla Torà è accompagnata la Mishnà (ripetizione), che raccoglie gli insegnamenti della Torà orale. La Mishnà è seguita dalla Ghemarà che contiene i commenti alla Mishnà eseguiti dai nostri saggi. Mishnà e Ghemarà furono poi riunite in un’unica opera, il Talmùd (studio). In tutti i loro pellegrinaggi gli ebrei hanno sempre portato con sé il Talmùd, accanto alla Torà, come la cosa più sacra. Il Talmùd risolve i problemi più vari e diversi di vita religiosa, sociale, familiare ed individuale. Nelle lunghe epoche in cui gli ebrei vissero chiusi nei ghetti, il Talmùd fu per loro un grande nutrimento spirituale.

Ricorda
Il “Cantico dei Cantici” si legge a Pésach.
Il libro di Ruth a Shavu’òth.
Il libro di Estèr a Purìm.
Le Lamentazioni di Geremia il 9 di Av.

Tevah


Teifillim


Tashlik