Rosh ha Shanà
“Nel settimo mese. il primo del mese, sarà per voi santa convocazione: non farete alcun lavoro servile, giorno di suono strepitoso sarà per voi.” [Numeri 29:1]
Rosh Hashanà è il Capodanno ebraico ed è, con Yom Kippùr, la ricorrenza più solenne per il popolo ebraico. È una ricorrenza alquanto diversa da tutte le altre perché ha un minore significato storico e nazionale e riguarda invece, in modo particolare, il singolo individuo. Ciascuno di noi infatti, in questo giorno, medita sulla proprie azioni e chiede a Dio perdono dei suoi peccati promettendo di diventare migliore.
Rosh Hashanà cade il primo ed il secondo giorno di Tishrì, primo mese del calendario, anche se, nella Torà, è considerato il settimo (primo è infatti Nissàn perchè gli ebrei, in esso, ritrovarono finalmente la libertà e divennero un vero popolo, dopo la lunga schiavitù in Egitto).
Per la tradizione ebraica il giorno di Rosh Hashanà prende altri tre nomi:
Yom Hadìn, giorno del Giudizio: in questo giorno, infatti, il Signore giudica le azioni di ciascuno di noi; per questo dobbiamo fare un esame del nostro operato e chiedere al Signore di perdonarci se non sempre abbiamo agito bene.
Yom Hazikkaròn, giorno del Ricordo: si commemora infatti la creazione del mondo e la sovranità del Signore su di esso; si ricorda anche la creazione di Adamo, la nascita di Abramo, Isacco, Giacobbe e Samuele. In questo giorno Giuseppe fu liberato dalla prigione, in Egitto.
Yom Teru’à, giorno del suono dello shofàr: in questa ricorrenza, infatti, si suona lo shofàr, simbolo dell’eterno richiamo all’uomo perché si rivolga al Signore; esso ci ricorda la Rivelazione della Legge a Mosè, sul Monte Sinai, e l’episodio dell’ ‘akedà (legatura) di Isacco, che ci dimostra la prontezza e la fede di Abramo nell’offrire a Dio perfino il suo diletto figlio - Ma, poiché non sono graditi al Signore i sacrifici umani, Egli mandò un ariete, dalle corna ricurve, che prese il posto del ragazzo.
Usanze
All’uscita dal Tempio, ci scambiamo il fervido augurio di Leshanà tovà tikatèv (Possa tu essere iscritto per un anno buono). È abitudine recarsi sulle rive di un fiume o del mare o davanti ad un pozzo per recitare alcune preghiere ed un passo tolto dal Libro di Michà, che si rivolge al Signore dicendo: “E getterai i nostri peccati nella profondità del mare”. Da qui il nome di tashlìch (gettare) dato a questa cerimonia. Ognuno scuote i suoi vestiti quasi a disfarsi di ogni peccato e pronto a migliorare la propria condotta. A Pisa la suggestiva cerimonia viene effettuata sulle sponde del fiume Arno, dove vengono gettati dei sassi, che rappresentano appunto i peccati. Quando esisteva il Tempio di Gerusalemme i peccati venivano “gettati” su un caprone che veniva abbandonato nel deserto il giorno di Kippùr, come prescritto dalla Torà.
A casa, prima di iniziare il pasto, si usa intingere nel miele una fetta di hallà o di mela e pregare il Signore di “rinnovare per noi un anno buono e dolce”. Sulla tavola si pone anche la testa di un pesce e una melagrana con l’augurio che il popolo di Israele sia numeroso come i suoi semi.
Si usa anche piantare dei semini di grano che germoglieranno in questo periodo, in segno di prosperità.
Con Rosh Hashanà incomincia il periodo dei dieci giorni penitenziali, che si concludono con Kippùr.
A questo periodo penitenziale, che inizia con Tishrì, ci si prepara già dal primo giorno di Elùl (giorno in cui Mosè salì per la seconda volta a prendere le Tavole della Legge, scendendo poi il giorno di Kippùr) recitando le selichòt, preghiere di pentimento.
Noterelle Liturgiche
Due delle più belle preghiere che si recitano in questo giorno sono: “Avìnu Malkénu” e “Untané Tòkef”. Quest’ultima parla della grandezza del Signore e di quanto piccolo sia l’uomo. Il Signore è il pastore davanti al quale passa il grande gregge umano per essere giudicato, nei giorni di Rosh Hashanà e Kippùr. In questi giorni, infatti, sarà stabilito chi può vivere e chi deve morire, chi prospererà, chi cadrà in miseria, chi avrà pace e gioia, e chi avrà pene e sofferenze. Ma la Tefillà (preghiera), la Tzedakà (carità), la Teshuvà (vero pentimento), da parte di ciascuno di noi, potranno sviare i decreti avversi, perché il Signore è sempre pronto a perdonare le Sue creature.









